21 de Diciembre, 2005
il manifesto degl' intelletuali antifascisti
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Gl'intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl' intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. Nell' accingersi a tanta impresa quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile e famoso manifesto, che, agli inizi Della guerra europea, fu bandito al mondo dagli intellettuali tedeschi: un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore. E, veramente, gl' intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell' arte, se come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l' ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno solo il dovere di attendere, con l' opera dell' indagine e della critica, e con le creazioni dell' arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale, affinchè, con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell' ufficio a loro assegnato, contaminare politica, letteratura e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinaredeplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso. E non è nemmeno, quello degl' intellettuali fascisti, un atto che risplenda di molto delicato sentire verso la Patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura, è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini: come dove si prende in iscambio l'atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col’ liberalismo democratico con la concezione sommamente storica della libera gara e dell' avvicendarsi dei partiti al potere, anche, mercè l'opposizione, si attua, quasi graduandolo, il progresso; - o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl' individui al Tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale.
[… ]
Ma il maltrattamento della dottrina e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell' abuso che vi si fa della parola "religione"; perchè, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione,dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte, la quale le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; - e ne recano a prova l' odio e il rancore che ardono, ora come non mai, traitaliani e italiani. Chiamare contrasto di religione l' odio e il rancore che si accendono da un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere d' italiani e li ingiuria stranieri, e in quest' atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l' animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto perfino ai giovani dell' Università l' antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili: è cosa che suona, a dir vero, come un' assai lugubre facezia.
In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d' altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarromiscuglio di appelli all' autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di aborrimento dalla cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo. E, se taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in 3 essi nulla che possa vantare un' originale impronta, tale da dare indizio di un nuevo sistema politico, che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l' anima dell' Italia che risorgeva, dell' Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l' educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento. Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l' Italia patirono e morirono, e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari, e gravi e ammonitori a noi perchè teniamo salda in pugno la loro bandiera. La nostra fede non è un' escogitazione artificiosa e astratta o un invasamento di cervello, cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale e morale.
Ripetono gl' intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trista frase che il Risorgimento d' Italia fu opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d' Italia di fronte ai contrasti tra il fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero d' italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore, col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascistico, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercè di esso, nuove efresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perchè no?) anche forze conservatrici. Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell' inerzia enell' indifferenza il grosso della nazione, appagandone taluni bisogni materiali, perchè sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici e quietistici. Anche oggi, nè quell' asseritaindifferenza e inerzia, nè gli impedimenti che si frappongono alla libertà, c' inducono a disperare o a rassegnarci. Quel che importa, è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d' intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l' Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.
1 Maggio 1925, Il Mondo
enviado por: Isaías Garde - Patricia Damiano
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Por lobitogabriel - 21 de Diciembre, 2005, 17:13, Categoría: lecturas
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o analfabeto politico, B. Brech ( en portugues)
O Analfabeto Político Bertold Brecht "O pior analfabeto é o analfabeto político. Ele não ouve, não fala, nem participa dos acontecimentos políticos. Ele não sabe que o custo de vida, o preço do feijão, do peixe, da farinha, do aluguel, do sapato e do remédio dependem das decisões políticas. O analfabeto político é tão burro que se orgulha e estufa o peito dizendo que odeia a política. Não sabe o imbecil que da sua ignorância política nasce a prostituta, o menor abandonado, e o pior de todos os bandidos que é o político vigarista, pilantra, o corrupto e lacaio dos exploradores do povo.
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Por envio marilda confortin - 21 de Diciembre, 2005, 17:04, Categoría: lecturas
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george steiner, La correspondencia de Heidegger con Hannah Arendt
Aparecido originalmente en The Times Literary Supplement
29 de enero de 1999. Publicado en Revista de Occidente nº 220.
La correspondencia de Heidegger con Hannah Arendt y la luz que arroja sobre su filosofía y su actuación política
Martin Heidegger parece dominar, si bien de un modo polémico e incluso enigmático (aún no ha concluido la edición de sus obras completas, insatisfactoria en tantos aspectos), gran parte del espectro de la filosofía en el siglo que ahora termina y en los siglos venideros. Un reciente estudio indica que el número de publicaciones dedicadas a Heidegger, y que abarcan desde los comentarios técnicos y las investigaciones monográficas a la biografía, el debate político e incluso la ficción, iguala, si no supera, el de las dedicadas a Platón o Aristóteles.
Aunque su editor general, Edward Craig, es un detractor de Heidegger, la reciente Routledge Encyclopedia of Philosophy está absolutamente llena de la presencia del filósofo alemán. Términos clave en el idioma de éste -”autenticidad”, “ser”, “esencia”, “ontología”, Destruktion, Geworfenheit, die Kehre- son citados y discutidos en un sinfín de contextos. Distintos artículos analizan el peso que Heidegger tiene hoy en proyectos y estudios filosóficos de Europa, Norteamérica, América Latina y Extremo Oriente. El papel de Heidegger en hermenéutica, fenomenología, teología e historia rebasa, por decirlo así, los límites de sus propios escritos para arrojar su luz y su sombra en todo el paisaje del existencialismo, la deconstrucción y la postmodernidad (movimientos que, en su origen y desarrollo, son a modo de extensas notas a pie de página de Sein und Zeit). Lo más sorprendente es la atención que la mencionada enciclopedia presta a Heidegger en relación con la estética de la arquitectura, la filosofía del lenguaje, los debates sobre ciencia y tecnología.
La fascinación, a menudo teñida de repugnancia, ante Heidegger aparece en todas partes. Y ha alterado a su vez la situación de las tradiciones metafísicas y teológicas anteriores: tenemos la vívida sensación de que los presocráticos son hoy posteriores a Martin Heidegger, lo mismo que el Platón del Parménides y el Sofista, el Aristóteles que medita sobre el ser o el Tomás de Aquino que se ocupa de la esencia. Hay un Kant heideggeriano, un Schelling y, sobre todo, un Nietzsche y un Husserl a los que contemplamos según las lecturas que Heidegger hace de ellos. ¿Algún otro pensador occidental posterior a Hegel ha ejercido, para bien o para mal, un dominio tan absoluto?
Inevitablemente, es imposible desvincular el trabajo y la persona de Heidegger de su implicación con el nacionalsocialismo. Aunque quizás su compromiso no llegó al de Platón con el tirano de Siracusa, y con toda seguridad fue inferior al de Sartre con el estalinismo y el maoísmo, la actuación de Heidegger durante los diez meses que siguieron al acceso al poder de Hitler en 1933, así como su silencio después de 1945, provocan una náusea muy especial. Son las dimensiones de la obra, el aura que envuelve a la persona lo que hace inevitable preguntarse si el pensamiento y el discurso heideggerianos no estarán contaminados hasta la raíz. No podemos limitarnos a disociar la vida del gran archipiélago de su Werk.
¿Justifica esta combinación de atracción y repugnancia el creciente interés, en modo alguno desprovisto de obscenidad y de kitsch periodístico, que despierta la relación entre Hannah Arendt y Martin Heidegger? La celebridad de los dos protagonistas y las circunstancias políticas y filosóficas contribuyen a convertirla en un caso muy especial. Pero no estoy seguro de que esta “franqueza como nunca existió antes” (en la clarividente frase de Pound) no viole un legítimo derecho a. la intimidad. El affaire era bien conocido, al menos en líneas generales, por los amigos íntimos, por el pequeño círculo de personas que rodeaban en Manhattan a Arendt y su confidente, Mary McCarthy, y por testigos como Karl Jaspers y Paul Tillich. Estas res privatae se hicieron públicas en 1982, en la en muchos aspectos reverencial biografía de Elizabeth Young-Bruehl Hannah Arendt: For love of the World. El libro mencionaba una importante correspondencia conservada en el Archivo Literario de Marbach, que no se podía publicar y permanecía inaccesible a los investigadores. Por razones que siguen siendo desconocidas, Mary McCarthy, uno de los albaceas testamentarios del legado literario de Arendt, consintió en permitir el acceso a aquel material, aunque con la condición de que no se citasen directamente las cartas de Heidegger. El resultado fue la publicación, en 1995, de Hannah Arendt, Martín Heidegger, un relato desafortunado en casi todos los aspectos (véase la reseña que publiqué en el Times Literary Supplement el 13 de octubre de 1995), pero al que se prestó una gran atención. Enfrentado a un ingente chismorreo, previendo productos de ficción como Martin et Hannah, de Catherine Clement (que utilizaba los chismes con inteligencia), Hermann Heidegger, hijo y editor, ha decidido publicar ahora estas Briefe 1925-1975 mucho antes de la fecha inicialmente prevista, entrados ya en el próximo milenio.
Publicadas en el formato y con la tipografía de las Obras Completas de Klostermann -un detalle que parece encarecer la importancia de estos documentos para el estudio del desarrollo intelectual y la visión del mundo de Heidegger-, las cartas han sido editadas y anotadas por Ursula Ludz. La claridad de presentación, la discreción, a menudo frustrante, de las notas, la escrupulosa serenidad del epílogo del editor, resultan admirables. Sin embargo, muchas preguntas siguen sin respuesta. Menos de una cuarta parte de las cartas aquí publicadas proceden de Hannah Arendt. ¿Qué ocurrió con el resto? ¿Escribió ella mucho menos que el maestro, incluso en el apasionado inicio de su relación? ¿Se perdieron la mayor parte de sus Briefe? ¿Las destruiría Heidegger en su acérrima estrategia de ocultamiento frente a su mujer, Elfriede, y frente a un medio académico en el que cualquier revelación hubiese resultado enormemente perjudicial? ¿Hizo desaparecer la misma Arendt algún. material? ¿Se publican los textos intactos, o bien Ludz, por motivos totalmente plausibles, y desde el interior de la fortaleza heideggeriana, ha optado por omitir algunos pasajes de cariz -digamos- erótico? No hay puntos suspensivos, ni otras indicaciones tipográficas de que se hayan llevado a cabo tales supresiones, pero uno no puede evitar preguntarse si existen. En algunos aspectos, estos 168 Dokumente plantean tantas preguntas como aquellas a las que responden.
El primer encuentro entre ambos en noviembre de 1924, en el seminario de Heidegger en Marburg, se ha convertido en un acontecimiento legendario. Arendt había llegado de Königsberg, la ciudad de Kant, para estudiar con un profesor al que, ya en época tan temprana, los rumores que circulaban por todos los ambientes académicos de Alemania calificaban de “rey secreto del pensamiento” (lo que supondría la coronación de la propia Arendt). El chic sensual de Hannah contrastaba llamativamente con la grisura del ambiente estudiantil en el austero provincianismo del Marburgo posterior a 1918. La calculada rusticidad de Heidegger, su hipnótico sistema de enseñanza, aquellos famosos silencios que reducían a los alumnos más inteligentes a un fascinado terror, hechizaron a Fräulein Arendt. Si podemos fiarnos de lo que nos cuentan los testigos, fue ella la que solicitó a Herr Professor -una jugada audaz que evidentemente hizo que él se sintiera halagado y excitado-. Parece ser que fue en febrero de 1925 cuando se llegó a “lo concreto”, por decirlo con la deliciosa expresión que utiliza Ursula Ludz. La primera y entusiasta carta de Heidegger va dirigida a “Liebes Fräulein Arendt!” Once días más tarde se pasa a “Liebe Hannah!” Seguirán “Liebes” y “Liebstes”. Heidegger ha sido golpeado por “lo daimónico”; por el rayo heraclíteo que iluminará toda su obra. Prácticamente la única manifestación que nos ha llegado de los sentimientos de Arendt durante este amanecer extático es una reflexión un tanto extraña, titulada Schatten (Sombras), enviada desde Königsberg en abril de 1925. Habla de entrega y de maduración, pero expresa también un malestar casi turbulento.
Los arreglos de Heidegger con su joven amante -entre ellos hay una diferencia de edad de más de diez años- proporcionan un cuadro de clandestinidad académico-burguesa. Hannah sabe cuándo reunirse con él -le ha rogado que la posea como y cuando quiera- según la luz de su estudio esté encendida o apagada. Cuando se encuentran en hoteles alejados del centro de las ciudades, durante las giras de conferencias de Heidegger, ella no puede tomar el tranvía siguiente al de él. Por mucha que sea la pasión, hay que respetar las convenciones del modo más estricto. Para Hannah Arendt, el deseo debió de ser estimulado y amortiguado por la humillación. En Martin Heidegger, y esto es seguramente de la mayor importancia, debieron de liberarse grandes poderes de concentración y de creación. El período de eros, de dominio sexual, coincide con la génesis de Sein und Zeit.
Este leviatán recrea la lengua alemana. Es el más importante “hecho de habla” en alemán después de Lutero. Sus neologismos, su sintaxis paratáctica, no sólo responden a la naturaleza del tema tratado, sino en gran parte también a una voluntad de “ocultamiento”, ese emblemático término heideggeriano. De acceso extremadamente difícil incluso para quienes tienen el alemán como lengua materna, aunque directamente relacionado con Meister Eckhardt y el último Hölderlin, el lenguaje de Sein und Zeit ha producido una serie interminable de malentendidos e imitaciones vulgares, sobre todo entre los acólitos franceses, de L’Être et le néant de Sartre a los carnavales de la deconstrucción. Pero hasta una lectura inadecuada comunica una sensación de urgencia, de presión exultante de la que en la filosofía moderna existen pocos antecedentes fuera de Nietzsche y, extrañamente, del Tractatus. Me atrevo a decir que hoy se podría mostrar que en estas cartas se exploran conceptos tan fundamentales como “ser”, “vida auténtica”, “necesidad de huida” (donde tal evasión nunca es existencialmente realizable en su totalidad, de las “anonimias” de la despersonalizada comunidad de la muerte moderna). Una y otra vez, el amor de Heidegger por Hannah, su evidente hambre de ella, se entrelaza con alusiones seminales a su obra en marcha:
in der Liebe sein = in die eigenste Existenz gedrängt sein. Amo heisst volo, ut sis, sagt einmal Augustinus: ich liebe Dichich will, dass Du seiest, was Du bist.
(“Estar en el amor lanzado a la existencia auténtica. Amo significa volo, ut sis, dijo en una ocasión San Agustín -yo amo-yo quiero que tú seas lo que eres.”)
El comentario de Heidegger a las palabras de San Agustín aparecerá en el próximo volumen, el octavo, de las Obras Completas. La tautología “Amo/ quiero” encontrará una explicación en los seminarios sobre Nietzsche de comienzos de los años cuarenta. La orden dada a Hannah, ese característico ich will, es, por supuesto, una variante del “werde was Du bist”. Es muy probable que fuese esta exégesis (aunque, también de un modo muy característico, Heidegger esté “antologizando” a San Agustín) y este mandato de amar lo que llevó a Arendt a elegir el tema de su tesis. Cuando se volvió a publicar Der Liebesbegriff bei Augustin, resultó imposible negar sus estrechas conexiones intertextuales con la liaison de Hannah con Martín. Sólo en Kierkegaard, tal vez, encontramos algo parecido a esta fusión de espíritu y sexualidad, de juego metafísico y erotismo.
Con “su huida del encantador”, Arendt trataba de hallar un poco de independencia. Pero los encuentros se hacen cada vez más absorbentes. Ella llega a Martin “gozosa, radiante y libre”. El trata de iniciarla no sólo en su ontología, que iba madurando rápidamente, sino también en la inspiradora bendición de las altas colinas y de los bosques, de los paseos por el campo, de los cortafuegos (Holzwege) y claros (Lichtungen) de la Selva Negra, que iban a convertirse en escenario de sus doctrinas. Es así como el primer Heidegger va viendo surgir su angustia (Songe) ecológica, reconociendo la amenaza que la tecnología, el consumo de masas y la racionalización supondrían para el planeta. De las cartas se desprende una especie de ternura feroz (la expresión es probablemente ingenua, pero no sé de qué otra forma decirlo). En 1963, Heidegger recordaría aquellos meses de Marburgo: para él seguían siendo el “tiempo del poder”, el mediodía de su existencia en lo creador y lo existencial. A su vez, Hannah (aquí la documentación escasea) ya insinuaba que la senda que el maestro le revelara iba a resultar “más larga y más ardua” de lo que ella había previsto. “Se necesita toda una larga vida.” Fue una intuición profética. Recorrer ese camino le llevaría medio siglo.
En medio del éxtasis, el egoísmo de Heidegger se mantenía en guardia. La prolongada presencia de Hannah en Marburgo podría plantear riesgos sociales. Sólo más tarde ella reconocería hasta qué punto él apoyó y tomó a mal, ambas cosas al mismo tiempo, su decisión de completar su tesis con Karl Jaspers en Heidelberg. A partir de entonces, la robusta humanidad de Jaspers, la lealtad de su corazón, desempeñarían un papel fundamental en la vida pública y privada de Arendt. Pero el “triángulo” resultaría complicado y tenso. Jaspers tal vez intuyese la verdadera naturaleza de la relación entre Heidegger y Arendt. Heidegger, por su parte, bien pudo ser consciente de esa intuición. En un principio, los dos filósofos mantuvieron unas relaciones cordiales, e incluso de potencial colaboración. Jaspers recibió con alegría el ascenso meteórico de Heidegger. Luego, al estar casado con una judía, tuvo que abandonar el nuevo Reich. Desde Basilea, y con evidente disgusto, fue testigo de los coqueteos de Heidegger con lo inhumano. Cuando Heidegger volvió a Jaspers en 1945-1946, pretendiendo que testimoniase a su favor, Jaspers respondió con sequedad, justa y severamente. Heidegger nunca perdonó lo que para él era una traición motivada por la envidia de un hombre muy inferior. Como por arte de encantamiento, este arrogante veredicto tuvo un eco en el “Diario Heidegger” de Jaspers. A pesar de ser una eminencia internacional, y de no estar en absoluto contaminado por el nazismo, Jaspers se dio cuenta, y no dejó de repetírselo a sí mismo, de que Heidegger le había superado ampliamente como filósofo, y que su propia obra perduraría como la de un contemporáneo de Martin Heidegger.
Hannah Arendt desempeñaría un atormentado papel en toda esta trama. Jaspers luchó por librarla de su esclavitud respecto a Heidegger, intentó disuadirla de que después de la guerra reanudase cualquier relación de intimidad con éste. Hannah se esforzó por que la opinión que Heidegger se hacía de los trabajos de Jaspers fuese más respetuosa y generosa. Ambos hombres eran indispensables para ella, cada uno a su manera, pero ninguno de los dos podía aceptar esa realidad evidente. En los últimos años, la mayor parte de las visitas al Friburgo de Heidegger se compatibilizaba con estancias con Jaspers.
Los momentos culminantes de apasionada intimidad entre los amantes se prolongaron de 1924 a 1928. El 22 de abril de 1928, Arendt acababa una carta con una cita de los Sonetos de la portuguesa de Elizabeth Barrett Browning, en la traducción de Rilke: “y, si Dios lo quiere, / os amaré aun más después de la muerte”. Su matrimonio con Günther Stern (Anders) en 1929 parecería ser un intento, pronto se vería que infructuoso, de lograr un cierto equilibrio lejos de Heidegger. Cuando la barbarie asoló Alemania, corrieron muchos rumores sobre el antisemitismo del rector Heidegger. No contamos con la carta de Hannah en la que presumiblemente se planteaba con amargura una pregunta. La respuesta de Heidegger, datada en el invierno de 1932-33, tiene un extraordinario interés. Al encontrarse temporalmente liberado de sus clases, Heidegger no ha estado evidentemente en situación de “no invitar a judíos a mi seminario”. Quienes recurren a él para que les dirija su investigación de doctorado son mayoritariamente judíos. El ha ayudado a judíos a obtener becas en el extranjero (Karl Löwith sería un destacado ejemplo de esto). La cuestión judía no ha influido para nada en sus relaciones personales con Cassirer o Husserl, por muy problemáticas que éstas sean. “Y tampoco puede afectar a mi relación contigo”.
Objetivamente, la defensa que Heidegger hace de sí mismo es sólida. De Arendt y Marcuse a Derrida, los discípulos de Heidegger y quienes tomaron como punto de partida sus enseñanzas fueron, en una significativa medida, judíos. Levinas nunca ocultó su gran deuda con él. Las analogías con el “wagnerismo” judío son inquietantes y profundas. Además, que yo sepa, en los voluminosos escritos de Heidegger no hay rastro de racismo biológico. Parece que a Heidegger ese racismo, que constituye la auténtica esencia del nazismo, le parecía una estupidez. La Gestapo berlinesa decidió que era “totalmente inútil para el movimiento”, ya que en realidad era un “nazi privado” (formulación de una rara perspicacia). Cuando se comportó de un modo abyecto, en el asunto de la expulsión de dos colegas de Friburgo, o cuando se distanció de Husserl (cuya fenomenología previamente había llegado a rechazar), los motivos de Heidegger fueron los de un arribista capaz de cualquier cosa por hacer carrera, y no el odio a los judíos. Nada de esto puede excusar su estridente apoyo al régimen de Hitler en 1933-34, ni que poseyera un carnet de miembro del partido hasta 1945, ni, menos aun, su infinitamente extraña -la palabra se queda corta- utilización del silencio y el sofisma tras la caída del Tercer Reich. Este titán del pensamiento y la poesía compararía la agricultura intensiva y la producción industrial masiva con Auschwitz.
En torno al regreso de Hannah Arendt a Friburgo, todavía parcialmente en ruinas, el 6 de febrero de 1950, ha surgido una pequeña mitología. Mary McCarthy proporcionó algunas versiones un tanto sensacionalistas de los hechos, en los casos en que su oyente era lo suficientemente desconocedor de los hechos para creer lo que ella contaba. El contacto se había roto durante prácticamente veinte años. En 1940, en el transcurso de su arriesgado viaje hacia la salvación en Norteamérica, Hannah se había casado en París con el indispensable Hans Blücher. En el momento del retorno de Hannah, Heidegger sufría el interdicto de un (benigno) proceso de desnazificación. Independientemente de cómo se desarrollasen los hechos concretos, la noche en el hotel de Arendt se convirtió en una epifanía. En el “luminoso amanecer”, Heidegger reconoció “la culpa de su silencio”. El contexto, sin embargo, sugiere que él se refiere, no al terrible silencio respecto a sus implicaciones con el nazismo, sino simplemente a su incapacidad para reanudar el diálogo con la amada. Ahora se le había pedido que visitara el hogar de Martin. Se produjo alguna forma de confesión a Elfriede Heidegger, en presencia de Hannah o inmediatamente antes. A partir de entonces, y hasta el momento de la muerte de Arendt en diciembre de 1975, Heidegger construye, con extraordinaria astucia y aparentemente sin percatarse de ello, una commedia de aceptación e incluso de afecto recíproco. Elfriede recibe con alegría las visitas de Hannah, envía recuerdos en las cartas de Martin, piensa en la unión Blücher-Arendt con cálidos sentimientos de admiración. El maestro preside un sacralizado cuarteto. Esposa y amante iban a quedar para siempre en la órbita de su adoración hacia él.
La realidad era más desagradable. Elfriede había sido partidaria de Hitler desde comienzos de los años veinte. La animadversión que sentía hacia los judíos era visceral y, en la medida en que su corta inteligencia lo permitía, ideológica. Consideraba las (moderadas) humillaciones que el profesor Heidegger sufrió después de la guerra como una tremenda injusticia. Ahora se producía la revelación de su duradero y renovado amor hacia aquella fea y entrometida judía, venida de un detestado nuevo mundo. Las cosas llegaron a un punto crítico en mayo de 1952. Elfriede no quería a su rival en casa. Se sabe poco de lo ocurrido en el vacío que viene a continuación, especialmente del período comprendido entre 1955 y 1965. Parece seguro que los amantes no volvieron a encontrarse hasta 1967, cuando, de un modo misterioso, floreció un tercer período de intimidad espiritual. Otoñal pero intenso, duraría hasta el final.
En las décadas intermedias, Hannah Arendt, a pesar de que conocía toda la verdad sobre el oportunismo de Heidegger, sobre la indiferencia públicamente mostrada por él hacia su pasado nazi, se convirtió en agente literario, traductora, y brillante y eficaz apologista del maestro. La eminente mujer, que nunca conoció el impedimento de la modestia, se comportó de un modo casi obsequioso en sus servicios al mago. Sus cartas a Blücher y, con mayor cautela, a Jaspers traicionan frecuentemente su impaciencia ante el sereno despotismo de las maniobras y peticiones de Heidegger. Pero cuando volvía a Friburgo y al santuario creativo de la casita de Todtnauberg, Hannah se convertía de nuevo en la estudiante atemorizada, incluso en la colegiala postrada a los pies del genio indiscutido. Estudia detenidamente las sucesivas publicaciones de él; se esfuerza en seguir sus reinterpretaciones de Platón; Kant y Schelling se le presentan bajo una luz nueva. Como si fuese una niña, busca aclaraciones, busca una guía. En una brillante carta, fechada el 18 de junio de 1972, recuerda esos cincuenta años en los que Heidegger le ha enseñado a leer: “Niemand liest oder hat je gelesen wie Du” (“nadie lee ni ha leído nunca como tú”). Por supuesto, Hannah tenía toda la razón. Su homenaje a Heidegger en el ochenta cumpleaños de éste, construido en torno a una cita de Hölderlin, ensalza a Heidegger como el hombre que ha dado un nuevo significado al pensamiento mismo, aquel que como ningún otro ha hecho sonar su “unheimliche Tiefe” (ese unheimlich siempre intraducible).
Esta fidelidad casi ilimitada, a la que Heidegger debió una gran parte de su rehabilitación, al menos con toda certeza en el mundo angloamericano, es más sorprendente por su unilateralidad. Sólo muy poco a poco, y con apenas disimulado disgusto, Martin Heidegger se dio cuenta del alcance de las obras de Hannah Arendt y de la celebridad internacional que la rodeaba. La condición de estrella que ella había alcanzado en los ambientes académicos, los honores que se le dispensaban, especialmente en Alemania, le parecían un poco desconcertantes, e incluso tal vez ofensivos. ¿No le bastaba con la gloria de servirle a él? Cuando recibió Los orígenes del totalitarismo, Heidegger alegó que no sabía inglés, e insinuó -¿había en ello una ironía intencionada?- que dejaría que Elfriede echase una detenida ojeada al libro. La única obra de Arendt a la que prestó alguna atención fue Human Condition, cuyo aristotelismo recordaba al suyo propio, e incluso en este caso la respuesta fue superficial. Esta condescendencia casi despectiva, con su parte de misoginia y teutónica altanería profesoril, molestó a Arendt. Ello le llevó casi a sublevarse y a hacer más profundo su afecto por Jaspers. Pero no hubo rebelión alguna. Hasta el final, Heidegger fue “incomparable”, y el deber de ella era hacerlo evidente y accesible a los profanos.
El interés de estas cartas excede al del drama privado que reflejan. Arrojan una luz impagable sobre el último Heidegger. Traicionando un toque de histeria, en los años cincuenta Heidegger temía una inminente invasión de la Europa occidental por parte de la Unión Soviética estalinista (su hijo, Jorg Heidegger, había permanecido prisionero en Rusia hasta 1949). Por otra parte, Heidegger identificó pronto la amenaza que los Estados Unidos suponían para el espíritu y el destino de la Europa postática con la que encarnaba la Unión Soviética. Ambos colosos representaban el materialismo tecnocrático, los valores de las masas. Nada hubo en el escasamente ingenuo americanismo de Arendt, en sus análisis de la democracia norteamericana como fundamentalmente conservadora, que le hiciese pensar de otra manera. Esta visión geopolítica ayuda a explicar también su continuada relación con quienes habían encontrado un espacio para sus disciplinas en el Reich de Hitler (como el clasicista Wolfgang Schadewaldt o el germanista Emil Staiger), así como la admiración que sentía hacia ellos. Como probó su célebre evocación en 1953 de una declaración muy anterior en la que proclamaba su admiración por las no cumplidas verdades del nacionalsocialismo, Heidegger se aferró a la idea de que Alemania, a pesar de todos sus errores y sufrimientos, había representado una primigenia verdad europea.
Uno se ha preguntado durante mucho tiempo por la aparente ausencia de la música en las ontologías del arte de Heidegger. Por encima de las otras fenomenologías, es la música la que puede ayudarnos a entender la doctrina heideggeriana de la alétheia, del encubrimiento y del desvelamiento, inmensamente significativa, inmensamente “existente”, pero resistente a toda paráfrasis, a cualquier traducción a la racionalidad pragmática. La música, efectivamente, no debe “significar, sino ser”. De estas cartas, sin embargo, surge la vívida presencia de la música, especialmente de Bach y Beethoven, en la vida cotidiana de Heidegger. Responde con emoción a las grabaciones que en su suprema soledad recibe de Arendt. La Antígona de Orff, una construcción en cierta manera sospechosa, le deja maravillado.
Es, sin embargo, la poesía -¿acaso no es ella la verdadera Kehre?- la que resulta fundamental. La correspondencia permite seguir profundizando en el diálogo con Rilke, con Trakl, a quien Heidegger extrañamente sobrevalora, con el arte heracliteano de René Char. El primero de todos es Hölderlin, vivificante ya en los años cuarenta, y que se convierte en el elegido acompañante de la espiritualidad de Heidegger. El gran ausente es Paul Celan, cuya obra, como se sabe, Heidegger siguió de cerca.. ¿Existía, en último término, una inhibición, un sentimiento de vergüenza en Heidegger que le impedía hablar del insoportablemente veraz testigo del Holocausto con aquella mujer y amante judía tan ambiguamente próxima a sus estrategias de supervivencia? En una carta a Celan recientemente descubierta, posterior a la visita -tan conocida y tan indescifrable- de éste a Todtnauberg, Heidegger utiliza el término Entgegenschweigen (guardar “silencio ante”, permanecer “silencioso contra”). ¿Se trata de un neologismo? Si lo es, representa otra maniobra, inagotablemente sugestiva, de alguien capaz de someter el lenguaje a su voluntad.
En una carta a Hannah escrita el 21 de abril de 1954, Heidegger le recuerda que “el cuestionamiento de la naturaleza (Wesen) del lenguaje” ha ocupado siempre el centro de su obra. A su vez, no puede haber espacio ni fundamento para este cuestionamiento sin una incesante reflexión sobre las relaciones entre poesía y pensamiento (Dichten und Denken). La relación es congruente con las modalidades poético-líricas elegidas por un Parménides o un Empédocles para exponer sus cosmologías y sus ontologías. Su afinidad primordial puede explicar los recelos de Platón ante la poesía, siendo él mismo un supremo poeta. Cuando uno se esfuerza por aceptar la visión del mundo de Heidegger, la clave empieza siendo sin duda el movimiento conjunto hacia la unidad de lo poético y lo cognitivo, del poema ,y del razonamiento filosófico. En efecto, en cierto sentido, que podríamos remontar a los presocráticos, Sein und Zeit es en sí mismo un prólogo a las demandas de entendimiento, de armonía en el lenguaje planteadas por la poesía, y que tienen que ver más con los himnos de Hölderlin, con las Elegías de Duino de Rilke y con los últimos poemas de Paul Celan, en los que el idioma es “norte del futuro”, que con el discurso de Aristóteles o, pongamos por caso, de Kant.
Los poemas de Heidegger nunca han sido recopilados ni estudiados seriamente, al menos que yo sepa. ¿Escribió Hegel algún poema, aparte de su conmovedora invocación a Hölderlin? En Heidegger, la composición de breves y densos poemas líricos parece haber asumido una importancia fundamental. Tienen una gran presencia en la relación y en la comunicación con Arendt. (Los “poemas respuesta” de ella, datados en los inicios de la relación amorosa, son flojos.) Los poemas de Heidegger se arraciman en torno a determinados episodios, especialmente el de la segunda aurora, en el invierno de 1950. No poseen únicamente una fuerza singular, sino que son concentrados in extremis, como si fuesen, en cuanto a recursos léxicos, lo gramaticalmente opuesto a los escritos filosóficos:
Gottlos der Gott allein, sonst keins der Dinge- erst wieder Tod entspricht im Ringe dem Frühgedicht des Seyns. El dios sin dios sólo, ninguna otra de las cosas satisface de nuevo a la muerte en la lucha del temprano poema del ser.
Los delicados y remotos ecos de Böhme y Stefan George no hacen sino realzar la singularidad de Heidegger. Considérese la heracliteana recapitulación de Denken:
Ein Gegenblick zum Blitz des Seyns ist Denken denn, von ihm erschlagen, schlägt es in die Fuge eines Wortes: Blick und Blitz die -nie Besitz sich übersehenken aus dem Kruge eines Weins verborgener Reben. Sie entstreben einer Erde die den Hirten Himmel werde
Un golpe de vista frente al destello del ser es pensar pues, golpeado por ella, late en la fuga de una palabra: mirada y destello nunca en posesión de escanciarse del cántaro de un vino de oculto sarmiento. Anhelan una tierra que sea pastor del Cielo.
Abelardo también escribió poesía. El paralelismo es obligado. Bien pudiera ocurrir que en los próximos siglos las cartas entre Abelardo y Eloísa y las Briefe entre Heidegger y Arendt se comunicaran unas con otras, iluminándose recíprocamente y levantando, en sus órbitas cruzadas, una cosmografía del corazón pensante.
enviado por: Patricia Damiano - Isaías Garde
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Por lobitogabriel - 21 de Diciembre, 2005, 16:59, Categoría: lecturas
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NO ME OLVIDO DEL VUELO
He quebrado las máscaras he transitado sobre mis propias muertes
Me he visto trasmutando de gaviota a paloma de halcón a águila
He comido mis vísceras regresado en mujer
Me encuentro parada en mis dos piernas transito el último tramo del camino
aún guardo las alas en los rincones
No me olvido del vuelo.
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Por lobitogabriel - 21 de Diciembre, 2005, 10:19, Categoría: poesia
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